sabato 28 settembre 2013

Io, Zagor e Toninelli - 3

L'assassino di Darkwood


Zagor Collezione Storica n. 83;
volume dove inizia L'assassino di Darkwood
Perché certe storie quando vengono lette la prima volta possono non lasciare traccia? L'avventura di cui discutiamo è uscita nel 1983 e l'anno successivo avrei abbandonato Zagor, Mister No, Tex e altri fumetti del periodo, bonelliani e non, per ritornare all'ovile nel 1989. Non avevo lasciato perché deluso ma in quanto in quel periodo della mia vita (avevo 23 anni) non riuscivo a concentrami sulla lettura. È stato un periodo turbolento, con momenti anche esaltanti ma con un vuoto di fondo. Forse la mancanza delle mie letture mensili, e di Zagor in particolare, hanno avuto un peso negativo.
Quando poi ripresi a leggere i fumetti, iniziai a recuperare gli arretrati (che ingenuamente avevo venduto per pochi spiccioli) e una volta completata di nuovo la serie di Zagor ho avuto la consapevolezza della suggestione emotiva de L'assassino di Darkwood (ZG 215/217) come di diverse storie di quegli anni, comprese quelle uscite dopo il 1984, scoperte per la prima volta nei primissimi anni Novanta del secolo scorso.
Questa mia riflessione mi conferma (almeno per me è stato così) come le letture restino influenzate dal periodo personale che si sta vivendo e invece, quando stiamo nel nostro tempo migliore, per citare Gianni Morandi, riacquistino l'autentica dimensione e il proprio valore artistico. Sotto, come di consueto, le risposte di Toninelli ai miei quesiti. De L'assassino di Darkwood l'autore ne parla qui, sul suo blog.

Toninelli ricorda...
In questa storia hai messo Zagor in enormi difficoltà e di conseguenza ne hai esaltato il carattere indomito. È la caratteristica che emerge in questa tua prima fase zagoriana...
Questo non è una domanda, ma un'affermazione di cui ti lascio ogni responsabilità! Scherzi a parte, ho qualche difficoltà a seguirti in questo genere di considerazioni. Io ho sempre scritto (o creduto di scrivere) Zagor nello stesso modo. Se ci sono stati, e ci saranno stati sicuramente, cambiamenti nel corso del tempo dovuti a maturazione mia e/o interventi d'indirizzo da parte della redazione, lascio a voi “critici” il compito di coglierli e sottolinearli. Per parte mia, mi sono preoccupato sempre e soltanto di fare storie che partissero da uno spunto originale e risultassero, per me mentre le scrivevo-vivevo e per i lettori che le leggevano, appassionanti, emozionanti, divertenti. È naturale che non sempre ci sia riuscito... però certamente ci ho provato.
Zagor Collezione Storica n. 84

La scena della morte di Tawar, con Zagor che grida la sua rabbia, la considero una delle più intense dell'intera saga: l'idea di far morire lo sciamano è nata in maniera spontanea oppure, prima di scegliere, hai pensato a diversi personaggi tra gli indiani di Darkwood?  
Non lo ricordo davvero. Suppongo, nella ricerca di “legami” con il passato che mi ha accompagnato soprattutto all'inizio della mia collaborazione, di aver scelto Tawar perché aveva un rapporto “importante” con Zagor, e dunque la sua morte sarebbe stata un elemento di notevole forza della storia. Il suo personaggio era un po' il fulcro di tutta la vicenda e probabilmente la storia è nata “intorno a lui”, dopo l'idea primigenia degli assassini misteriosi che portavano a sospettare Zagor di tutte le uccisioni.  
Il miscuglio tra avventura dinamica, giallo e mistero, tecnologia e intrigo in stile spy-story ha funzionato a meraviglia. I mandanti del complotto ai danni di Zagor sono rimasti ignoti: ti era venuta l'idea di dargli un volto e riproporli in seguito?

Penso di sì. Ho un vago ricordo di aver immaginato un'avventura cittadina di Zagor in caccia dei mandanti... ma niente di più, purtroppo. Sicuramente non ho mai presentato in redazione un soggetto di questo tipo. L'idea, se effettivamente ci fu, non riuscì mai a germogliare a sufficienza da diventare una proposta concreta.



Dice il saggio...

Di questa bella avventura, Angelo Palumbo ha realizzato una delle sue più belle analisi del suo già altissimo profilo di critico. Io stesso, leggendo quelle righe in anteprima nel periodo della stesura dell'index (il 201-300), rimasi emozionato dalle riflessioni di Palumbo come se stessi rivivendo l'avventura sotto una luce nuova: secondo me ed Angelo fare critica significa anche trascinare il lettore (quando il racconto lo merita...) in un vortice emotivo. La critica fredda, del resto, a noi non è mai piaciuta.


Marcello al timone
Davvero appassionante questa terza avventura scritta da Marcello Toninelli, che si trova ormai saldamente al timone della serie. Nei mesi successivi, infatti, e per molti anni, saranno ben poche le storie delle Spirito con la Scure a non essere opera sua. Con l’arrivo di questo prolifico sceneggiatore, autori come Castelli e Sclavi si fanno da parte, anche perché totalmente presi da altri impegni fumettistici. La promozione a successore di Nolitta, comunque, Toninelli non l’ha ottenuta per mancanza di rivali: se l’è guadagnata sul campo, lavorando con professionalità e accettando di buon grado le rigide direttive di Canzio e Bonelli nella stesura di soggetti e sceneggiature. L’intelligenza è una delle maggiori doti di Toninelli, che lo porta a non lasciare nulla al caso nelle trame e a spiegare al lettore ogni minimo dettaglio.

Tawar, qui in un'immagine
disegnata da Gallieno Ferri.
Morte di un amico
Ancora una volta, viene rispolverato un personaggio degli anni Sessanta molto caro ai lettori, il saggio Tawar. Era comparso in due belle e significative avventure di quel periodo (ZG 20/21) e aveva poi beneficiato di una partecipazione magica come alleato di Zagor contro Hellingen nell’ultima avventura scritta da Nolitta. È dunque una figura di un certo spessore. Tuttavia, riportandolo alla ribalta, Toninelli ha compiuto un’operazione inaspettata, facendolo morire tragicamente. È un fatto insolito e molto triste, per il lettore di vecchia data. Tuttavia, prendendo questa decisione, Toninelli ha saputo dare uno scossone al pubblico, dimostrandogli che in una storia a fumetti nulla è scontato: come nella realtà, anche i buoni possono morire, ma continueranno a vivere nel ricordo. Quella di Toninelli è stata una scelta coraggiosa (lo stesso Nolitta, in passato, aveva fatto morire un paio di grandi amici dello Spirito con la Scure) e denota l’intenzione dell’autore di innestare le proprie storie nella continuity della serie e rinverdire il microcosmo zagoriano con piccole e grandi innovazioni. Toninelli non si presenta dunque come un piatto supplente, ma come un autore intenzionato a creare nuovi stimoli per il lettore.

Professionisti del delitto
La trama dell’avventura è orchestrata molto bene. La prima parte è sottilmente inquietante e risulta costruita come un perfetto racconto giallo, visto l’inspiegabile mistero che circonda la figura dell’assassino di indiani. Toninelli ha saputo creare ottime atmosfere di suspense e le ha ben mescolate con le componenti dinamiche tipiche di una storia western. Inoltre, ha ben interpretato sul piano psicologico il dramma di Zagor, che vede morire intorno a sé i fratelli rossi senza capire come accada e di colpo si ritrova contro un’intera tribù che prima gli era amica. Molto ben congegnato è anche lo scioglimento della vicenda, che vede entrare in scena i quattro killer senza nome. Sono figure negative ricche di fascino e sembrano uscite da un racconto di spionaggio o da un film di James Bond. Non provano sentimenti né emozioni, si muovono come automi perfettamente programmati e dispongono di mezzi decisamente suggestivi, come i teli mimetici che consentono loro di svanire come fantasmi. A renderli ancor più inquietanti è il fatto che tra loro si chiamino con  dei curiosi soprannomi (il Capo, il Nano, il Grosso, l’Indiano): i loro veri nomi sono incisi sulle lapidi di un cimitero, poiché per il mondo sono ufficialmente morti. Sono come zombi, che obbediscono senza esitare agli ordini di una misteriosa organizzazione.

Finale aperto
È singolare il fatto che Zagor sconfigga i quattro assassini, ma non riesca a risalire ai loro mandanti. L’avventura ha dunque un insolito finale aperto, che ancora oggi non è stato chiuso. In realtà, di affaristi senza scrupoli pronti a complottare per toglierlo di mezzo e impadronirsi di Darkwood, Zagor ne avrebbe in seguito incontrati anche troppi. Ma questa è sicuramente una delle storie più appassionanti incentrate su questo argomento. È un’avventura su cui si posa un sottile velo di malinconia, per via della morte di Tawar e della mancata cattura dei mandanti dei suoi uccisori. A ciò si aggiunge la malinconia di un periodo zagoriano che sta per chiudersi: quello dell’età argentea.

Invincibile!
Lo Zagor di queste pagine ricorda molto quello di Nolitta. È un personaggio eccezionale, che da solo combatte contro un’intera tribù e una banda di assassini invisibili. Sebbene il mondo gli stia crollando addosso, riesce a non perdersi d’animo e contrasta brillantemente la tecnologia e gli intrighi dei suoi avversari con l’azione combinata della sua forza e dell’intelligenza. Ma è anche un eroe ricco di umanità, capace di urlare rabbia e dolore dinanzi al corpo senza vita di Tawar e pronto a perdonare il giovane Shenankar, che da suo accusatore e persecutore diventa un sincero amico. Anche Cico è stato ben utilizzato. Toninelli lo ha messo da parte nella seconda fase dell’avventura, ma nella prima lo ha reso protagonista di diverse piccole gag, contrapponendogli un antagonista d’eccezione: uno stregone indiano che è addirittura più grasso e più affamato di Cico.

Toninelli & Donatelli
Questa è la prima storia di Toninelli disegnata da Franco Donatelli. I due ben presto formeranno una coppia molto assidua. Toninelli ha sempre dichiarato di trovare in Donatelli il suo interprete ideale, poiché il disegnatore milanese si è sempre fedelmente attenuto alle direttive delle sceneggiature. In questo episodio, la coppia funziona molto bene e Donatelli, col suo segno dinamico ed essenziale, ha ottimamente interpretato le acrobatiche imprese di Zagor nella rocciosa terra dei Tunican.

  1. L'immagine di Tawar è stata lavorata da Paolo Ferriani per gli index.
  2. L'analisi di Angelo Palumbo l'ho riportata nella sua completezza, eccetto il riassunto e le note.

venerdì 13 settembre 2013

Io, Zagor e Toninelli - 2

La miniera insanguinata 

Cari amici,
dopo il buon riscontro ricevuto dal precedente pezzo in cui ho inaugurato, con la collaborazione di Marcello Toninelli, il viaggio nelle avventure toninelliane via via ripubblicate sullo Zagor di Repubblica, eccoci al secondo appuntamento. Sul suo blog, Toninelli ha rilevato un segreto di bottega incredibile, di cui non aggiungo altro se non l'invito, per chi ancora non l'avesse fatto, a leggerselo qui
Di seguito trovate l'intervista in cui Marcello Toninelli rivela curiosità e considerazioni varie su La miniera insanguinata (ZG 212/214), storia ristampata nei numeri 82 e 83 di Zagor Collezione Storica a Colori.
Zagor Collezione Storica n. 82
Toninelli ricorda...
Quest'avventura è stata affidata a Gallieno Ferri e, senza entrare nel merito di alcune polemiche successive, quando hai visto il lavoro finito ti sei sentito soddisfatto?
Non ricordo con esattezza cosa pensai all'epoca vedendo l'interpretazione che Ferri aveva dato del mio testo. Sicuramente molte cose mi erano piaciute (una per tutte, come aveva interpretato la figura del Pequot). C'è un'unica riflessione che ricordo con esattezza di aver fatto. Una volta di più, mi resi conto che quando si scrive bisogna sempre tener conto delle caratteristiche del disegnatore (anche se non sapevo mai a chi finiva in mano ogni singola sceneggiatura. Ma, in fondo, all'epoca a Zagor ce n'erano tre soli), per non chiedergli quello che non può dare.
Faccio un esempio che non riguarda me né Ferri, tanto per spiegarmi meglio: la serie Il Cosacco che appariva su uno dei settimanali dell'Eura era disegnata da Casalla, autore efficace ed empatico ma assolutamente incapace di rappresentare gradevoli figure femminili. La storia invece richiedeva spesso donne addirittura bellissime. Lo sceneggiatore Wood, evidentemente consapevole dei limiti del disegnatore, ci metteva una pezza descrivendole ogni volta in didascalia. L'effetto poteva risultare straniante, ma almeno il lettore capiva il senso esatto della vicenda.
Da allora non ho più commesso simili errori, né con Ferri né con gli altri disegnatori della serie.
In questo racconto hai riproposto un cattivo di nolittiana memoria (nel pezzo di Palumbo l'identità del personaggio è dichiarata), ma preferirei invece che ti soffermarsi sul Pequot, villain di tua invenzione...
Come ho scritto sul mio blog, Un'impresa disperata è una storia piuttosto macchinosa, di cui non sono molto contento. Adesso. All'epoca, ovviamente, la soddisfazione di lavorare su Zagor faceva passare in secondo piano qualsiasi altra considerazione. Comunque, anche rileggendola dopo tanto tempo, ci sono cose di cui sono soddisfatto. Una è proprio il personaggio del Pequot. Mi sembrò allora, e mi sembra tuttora, un nemico significativo, gelido, un po' alieno, diverso dagli avversari abituali di Zagor, sicuramente più "passionali". Confesso che rileggere la scena della cattura di Cico, che non ricordavo, mi ha sorpreso ed emozionato.
Nella vicenda inizia a delinearsi uno dei tuoi punti di forza: l'attenzione al realismo, seppure nei canoni classici dell'avventura, ti permette di toccare i temi scottanti della Frontiera. Avevi già una documentazione sull'Ovest americano?
Sì, certo, nella mia sterminata documentazione (oggi sostituita all'80% da Internet, ma all'epoca indispensabile sia per uno sceneggiatore che, soprattutto, per un disegnatore) c'erano già molti volumi sul West, sui cowboy, i fuorilegge... e soprattutto sulle tribù indiane. Molti altri li ho acquistati mano a mano che andavo avanti con la produzione zagoriana. In essi cercavo sia informazioni che rendessero più “credibili” le mie storie, sia spunti per nuove avventure.
Come evidenzia Angelo Palumbo nel paragrafo Dice il saggio, l'avventura evidenzia una certa carica sanguinosa, tutt'altro che disprezzata dal soprascritto. Quali erano i punti di riferimento a cui hai attinto? Il western all'italiana, il cinema di Peckinpah, tra l'altro a sua volta mutuato dai nostri spaghetti-western, o altro?
Spiacente, ma non so davvero da dove venisse. Credo che sia stata una cosa "spontanea". E, rileggendo oggi la storia, devo dire che sono meravigliato di tanta truculenza! Non me la ricordavo proprio. Non saprei neppure dire se l'avevo messa in sceneggiatura con questa evidenza, o se si sia trattato di un'interpretazione "esagerata" di Ferri non abituato al mio modo di scrivere. Peccato non aver conservato una copia di quelle sceneggiature!

Zagor Collezione Storica n. 83

Dice il saggio...
Il pezzo seguente, come la volta scorsa, è tratto dallo Zagor Index 201-300 (Paolo Ferriani Editore) ed è stato redatto con la consueta precisione da Angelo Palumbo.

Il ritorno di Marcello
Gelsomino e Serafino: il primo pacioso e più giovane,
il secondo con una lunga barba bianca
Seconda prova zagoriana di Marcello Toninelli, per la prima volta in coppia con il creatore grafico dello Spirito con la Scure. Come avvenuto per la sua storia d’esordio,Toninelli si volge al recupero di personaggi degli anni Sessanta: figure minori ma molto care ai lettori di vecchia data e ai collezionisti. In questo caso, lo sceneggiatore riesuma quasi per intero il cast di Sfida allo spazio (ZG 27/28), una frizzante avventura di Nolitta & Ferri: i due ingenui fraticelli Gelsomino e Serafino, che vivono in un eremo sito su un alto picco, e il pistolero guercio One Eyed Jack, che aveva già concesso il bis in una storia di Nolitta e Donatelli, Prigioniero (ZG 37/38). Il ritorno di personaggi del genere, spesso dimenticati, è un’iniziativa lodevole, in quanto rende più organica e compatta la serie; ma è anche rischiosa, perché rischia di snaturarli. Nel caso di personaggi minori, il rischio è minimo, ma comunque presente. 

La storia
OEJ
Il soggetto dell’episodio è molto realistico, forse un po’ troppo per i lettori zagoriani, da sempre abituati a tematiche ben più fantasiose. Inoltre, lo spunto degli indiani costretti a lavorare in miniera è piuttosto classico: anche una delle primissime avventure di Zagor ruotava su questo argomento. Tuttavia, Toninelli è riuscito a impreziosire la trama con tanti piccoli colpi di genio nella sceneggiatura. Inoltre, è riuscito a sfruttare Zagor al meglio delle sue possibilità. L’eroe si sbizzarrisce infatti in incredibili prove di forza, abilità e intelligenza. Resterà per sempre scolpito nella memoria dei lettori il trucco con cui riesce a salvarsi dal mortale salto nel vuoto a cui lo costringono i suoi avversari (come anche l’espediente con cui libera Cico prigioniero di One Eyed Jack). Peccato che, successivamente, lo Zagor di Toninelli avrebbe perso queste caratteristiche. Comunque, in questa storia, lo sceneggiatore ha dimostrato una notevole inventiva e una buona professionalità, che gli hanno consentito di rendere interessante una vicenda non proprio esaltante.

I personaggi
Il lungo episodio è affollato di personaggi: magari non indimenticabili, ma comunque funzionali. Uno di questi è Smart Eel, un piccolo indiano molto simile al Kainaka della storia precedente e come lui abbastanza antipatico.  Il fatto che a breve distanza compaiano personaggi un po’ ripetitivi è un tipico inconveniente che si verifica quando a una serie lavorano più sceneggiatori. Degni di nota i Passamaquoddy di Otter Tail, dotati di un look un po’ truce, ma decisamente preziosi come alleati. La loro presenza ha conferito un carattere insolito alla terza parte della vicenda, che è caratterizzata da una quantità di violenza e morti ammazzati decisamente superiore alla media. Negli scontri a fuoco fra gli indiani e i banditi, il sangue scorre a fiotti, come nei film di Sam Peckinpah (il grande regista de Il mucchio selvaggio), e c’è un certo compiacimento nel mostrare gente crivellata dai proiettili. È un segno dei tempi che cambiano, ma ciò non toglie che ancora oggi la serie di *ZAGOR resti  una delle meno violente nel panorama bonelliano.
Il Pequot in un intenso primo piano di Gallieno Ferri

Il Pequot
Il personaggio più interessante dell’episodio è il Pequot, un indiano assai poco loquace ma molto astuto e pericoloso. È una sorta di Tiger Jack al negativo. In questa storia ha un rilievo minore rispetto a One Eyed Jack, ma Toninelli deve averne intuito le notevoli potenzialità. Tanto è vero che, qualche anno dopo, incurante del fatto di aver liquidato il Pequot con una pallottola in fronte, lo ha resuscitato e da gregario lo ha trasformato in villain di prima forza.



  1. Il copyright delle immagini è naturalmente della Sergio Bonelli Editore.
  2. Le immagini scontornate dei personaggi sono state realizzate da Paolo Ferriani per illustrare lo Zagor Index 201-300.